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Amavete! storie di pizziche e pizzicati

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Amavete! storie di pizziche e pizzicati


Titolo inglese: Amavete! tales of dance and spiders
Anno: 2006
Durata: 58'
Regista: Annamaria Gallone
Autore: Annamaria Gallone
Direttore della fotografia: gianni bonardi
Montatore: simone barbagallo
Producer: Annamaria Gallone
Società di produzione: Kenzi Srl
Distribuzione: Kenzi Srl & Doc Video

Colore: Color
Formato: DVCAM
Ratio: 4:3
Lingua originale: italian
Sottotitolo: english
Genere: Arts & Culture
Paese di produzione: Italia
Stato lavori: pronto
Sito web: visita il sito


Sinossi:
AMAVETE!, che in antico dialetto pugliese significa “AMATEVI!”, è l’esortazione, quasi un testamento spirituale, di zi’ Rita, una vecchia musicista dell’Alto Salento, Puglia, che tante volte nella sua vita ha suonato e cantato per “guarire” chi era stato “pizzicato” e quindi avvelenato dalla tarantola. Gente che ha conosciuto gli anni della fame, che crede ancora nell’esistenza di un magico veleno capace di far ridere e piangere, sconvolgere e spossare, che può essere neutralizzato solo da un certo tipo di musica, da certi colori. La partecipazione empatica della comunità ritesse la trama del senso, e riafferma, per la salvezza del singolo e la salvezza del gruppo, che non è possibile andare al di là della linea oltre la quale essere uomo non vuol dire nulla. Le risposte al disagio dell’esistenza sono vissute come esperienza personale, ma è la comunità, è la tradizione che ricomprende in un sistema di segni condivisi, i ritmi, le melodie, i colori, e tutti gli elementi dell’esorcismo coreutico-musicale. A volte, il tempo e la cultura inaridiscono certe storie e rendono la realtà più prevedibile e banale. Ma la “Pizzica”, oggi diventata quasi una moda, un richiamo turistico di successo che raduna migliaia di persone, è molto sentita anche dai giovani, che danzano, nuovi “tarantolati”, quasi trascinati in trance da un rito collettivo oggi festoso, che libera il corpo e l’anima sulle tracce di una tradizione non studiata, ma vissuta. Se ieri la “Pizzica” serviva a guarire il male della povertà (i contadini avvelenati dalla taranta durante il duro lavoro dei campi), oggi, radunando la gente in piazza e unendola nella danza, può guarire il male più grave e diffuso dei nostri giorni: l’alienazione della solitudine. E se è vero che la cosa più importante non è soltanto come si vive una vita, ma anche come la si ricostruisce all’interno di un racconto da fare a se stessi e agli altri, allora l’anziana donna del Salento, così come tutti gli altri uomini e donne che daranno la loro testimonianza, ha scelto di raccontarci un passato, che si attualizza nel presente e si proietta nel futuro, ricostruendolo in una trama di emozioni, di sensazioni, di connessioni e quindi capace di mostrarci, attraverso parole, suoni e corpi, la strada per continuare ad emozionarci, a comunicare e soprattutto ad amare.