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Torture garden

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Torture garden


Titolo inglese: Torture garden
Anno: 2004
Durata: 50'
Regista: Elisa Bolognini
Autore: Elisa Bolognini
Direttore della fotografia: angelica maietta, valentina lucari
Montatore: consuelo catucci
Producer: Elisa Bolognini

Colore: Color
Formato: DIGITAL BETACAM
Ratio: 4:3
Lingua originale: english
Sottotitolo: italiano
Genere: Arts & Culture
Paese di produzione: Regno Unito
Stato lavori: pronto
Data Uscita: 28-01-2004


Sinossi:
Arrivando a Londra negli anni ’90, si capiva che qualcosa di nuovo stava accadendo: l’estetica trash del punk si stava mescolando con la sintesi umano-tecnologica, l’anarchia rivoluzionaria nichilista con la potenza del piacere cibernetico. Terreno di questa sperimentazione era diventato il corpo umano. Artisti, performers, gente comune avevano incominciato a sentire il desiderio di esplorare l’interno ed estremo, di modificare ed espandere i limiti del corpo. Se uscivi la notte potevi finire in grandi fabbriche abbandonate, in piccoli locali notturni dove qualcuno mutilava se stesso con vetri, rasoi o coltelli o apriva un gatto in decomposizione e lo ingurgitava, vomitava e ringurgitava. Come risultato il corpo era in uno stato di fluidità ed era stretto tra due impulsi in conflitto. Da una parte c’era la paura e la tensione dovuta al fatto che il sangue naturale e la carne erano invasi dalla tecnologia, dall’altra il corpo diventava un oggetto di culto, un feticcio. La gente incominciava ad integrare gli impulsi più bassi con quelli più alti; fu una storia di caduta per poter compiere una risalita; fu la nascita del nuovo feticismo. E’ in questo contesto che nasce il Torture Garden di cui parla il documentario: una festa organizzata una volta al mese, ogni volta in un locale diverso, frequentata da un pubblico internazionale. Lanciato una decina di anni fa è diventato uno degli eventi nel mondo più noti nella scena fetish, sia per quanto riguarda la moda, le performances artistiche, che per lo stile di vita così detto “Modern Primitive”. Si è guadagnato la reputazione di non essere secondo al mondo, in quanto ha permesso ad artisti di fama internazionale quali: Franko B, Ron Athey, Lucifire, Emperess Stah, etc... di esibirsi sui suoi palcoscenici. Principalmente si tratta di un evento basato sulla celebrazione della sessualità e della fantasia. Il primo Torture Garden fu organizzato all’Opera on the Green e fu un avvenimento irripetibile. Il Sunday Mirror ne parlò come di una notte incredibile in cui per la prima volta la gomma, la carne, la lingerie in pelle punk, le maglie di metallo e i collari con le punte incontrarono gli edonisti delle classi elevate. Tra il pubblico abituale del Torture Garden si possono notare artisti quali Marilyn Manson, Jean Paul Gaultier, Skin degli Skunk Anansie, Jack Dee, Marc Almond. Sono stati organizzato eventi negli USA, in Giappone, in Russia. L’importanza di questa festa risiede anche nella scelta della musica che viene suonata nel corso della serata. All’inizio si trattava di electro body music, quindi si è passati all’ hard house e alla techno, per cui oggi sono così famosi. Per essere ammessi al locale è necessario avere un Codice di abbigliamento, come tutti i locali fetish, ma con una richiesta di maggiore fantasia e capacità di trasformazione che non la solita gomma e pelle. Infatti molti degli abiti che si possono ammirare tra il pubblico, sono stati fatti dalle stesse persone che li indossano. In questa forma di feticismo il corpo viene modificato dai corsetti, preparato per una potenzialmente futura cyborgification, tatuato, decorato con i piercing messi nelle parti del corpo più diverse, dal naso, alle orecchie, alle labbra, alle guancia, ai capezzoli, alla lingua e ai genitali. Il film racconta di questa festa, delle persone che ci lavorano e la frequentano, delle loro storie bizzarre e della protagonista che, estranea a questo mondo inesplorato, decide di compiere un viaggio fino nel profondo dell’argomento e ci lascia le sue riflessioni, suggerendocele qua e là, lungo il percorso. La conclusione è amara. E alla fine viene ricordato ciò che è stato detto da una studiosa d’arte contemporanea, tenuta volutamente anonima: “tutto questo rinfocolare il corporeo non più con un “narciso” romantico e colto, a volte ideologico, come nella Body art degli anni ’70, ma con la favola trucida, la foia del trauma violento, il compiacimento del terrifico, fa venire in mente che potrebbe trattarsi del genere gotico di oggi”. Questo corpo perlustrato, aperto, esibito in una forma di autoerotismo estrema, è frutto fondamentalmente di un’insoddisfazione; l’insoddisfazione per l’altro, l’altro da sé. Certamente qualcosa è accaduto, e non sarà mai più come prima.